sabato 8 maggio 2010

Comitato Antitortura del Consiglio d’Europa (CPT). Libia/clandestini: Roma criticata


Articolo pubblicato mercoledì 28 aprile 2010 in Francia da Le Figaro 
Fonte: Italia dall'estero.
Il Comitato Antitortura del Consiglio d’Europa (CPT) ha auspicato oggi l’apertura di un’approfondita inchiesta sui maltrattamenti da parte dell’Italia dei richiedenti asilo provenienti dall’Africa, respinti in Libia nel luglio scorso.
Quest’agenzia, che aveva inviato una missione sul posto a fine luglio, ritiene che l’Italia abbia violato la Convenzione europea dei diritti dell’uomo intercettando gli immigrati in mare per respingerli verso la Libia. “Allo stato attuale, la Libia non dovrebbe essere considerata come sicura per i rifugiati che rischiano [di subire, N.d.T.] maltrattamenti”, afferma il rapporto.
Il CPT si rammarica che i candidati all’immigrazione respinti in mare dai pattugliamenti italiani “non hanno potuto avere accesso al sistema di protezione dei rifugiati”. Dalla visita dei suoi esperti, emerge che Roma “ha consapevolmente respinto persone particolarmente vulnerabili o che avrebbero potuto far valere uno status di rifugiati”, deplora il documento.
Il rapporto, pubblicato a Strasburgo con gli elementi di risposta del governo, giunge dopo le critiche di altre organizzazioni.
Human Rights Watch (HRW) ha criticato l’Italia per i respingimenti degli immigrati clandestini verso la Libia. “Le navi italiane respingono le imbarcazioni degli immigrati clandestini senza verificare se tra loro ci siano rifugiati, malati o feriti, donne incinte o minori”, indicava a settembre il rapporto dell’organizzazione.
[HRW] chiedeva all’Italia ed all’Unione europea di “rinunciare a respingere i non libici verso la Libia finché il modo di questo paese di trattare immigrati, richiedenti asilo e rifugiati non sarà conforme alle norme internazionali”.
L’accordo siglato dall’Italia con la Libia per respingere gli immigrati è stato criticato a dicembre anche dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati che ha criticato il respingimento dei rifugiati aventi valide ragioni per chiedere asilo in Europa.

Il rapporto completo del CPT e la risposta del governo italiano sono disponibili sul sito del comitato.

[Articolo originale "Libye/clandestins: Rome critiquée " di Agence France Presse]

Impregilo, Bin Laden e i sovrani del petrolio


Antimafia 2000 di Antonio Mazzeo - 2 maggio 2010 
Impregilo, la società di costruzioni general contractor del Ponte sullo Stretto di Messina, concorrerà in Arabia Saudita alle gare per la realizzazione di impianti di dissalazione dal valore complessivo di 4 miliardi di dollari.


E, secondo quanto dichiarato dal suo amministratore delegato Alberto Rubegni, lo farà in associazione con la controllata Fisia Italimpianti e con la Bemco, società del Saudi Binladin Group (SBG), il colosso finanziario della famiglia bin Laden operante nei settori delle opere pubbliche, delle telecomunicazioni e dell’editoria. La prima offerta di gara sarà presentata entro il 9 maggio e riguarderà la costruzione di un impianto a Raz Azur; a giugno si punterà invece alla costruzione di un megadissalatore a Yanbu.
Il Saudi Binladin Group è amministrato da Bakr bin Laden, fratello del più noto Osama, l’irrintracciabile stratega del terrorismo internazionale di matrice islamica. La holding è una delle principali alleate economiche della petro-famiglia che governa l’Arabia Saudita. Fu grazie all’amicizia personale con il re Abdulaziz Al Saud, fondatore del regno saudita, che il patriarca Mohammad bin Laden (padre di Osama) riuscì ad accumulare un immenso patrimonio finanziario. Amico personale di re Fahd era pure il primogenito Salem bin Laden, succeduto a Mohammad nella conduzione del gruppo, vittima nel 1988 di un misterioso incidente aereo in Texas dove si era recato per un incontro d’affari con George Bush senior.
Il Saudi Binladin Group è stato per lungo tempo il principale cliente della famiglia regnante dell’Arabia Saudita per la costruzione e l’amministrazione dei luoghi santi del mondo islamico. La controversa famiglia bin Laden ha aderito al “wahhabismo”, il movimento rigorista sunnita diffusosi in Medio oriente nel XVIII secolo e rilanciato dai regnanti sauditi nel Novecento. A partire dagli anni ’70, l’Arabia Saudita ha investito somme notevoli per l’esportazione del pensiero wahhabita, dando vita a una pluralità di movimenti islamisti radicali nell’area afghano-pakistana, in Caucaso ed Asia centrale e nel Sud-est asiatico. I bin Laden sono stati importanti investitori della Al-Shamal Islamic Bank, utilizzata dal principe Mohamed Al-Faisal Al-Saud per finanziare i movimenti wahhabiti internazionali. I bin Laden sono pure azionisti di un altro istituto bancario filo-radicali, la Dubai Islamic Bank di Mohamed Khalfan ben Kharbarsh, ministro delle finanze saudita.
Nonostante la forte connotazione pro-islamica, il Saudi Binladin Group si è affermato nei maggiori mercati azionari mondiali, conseguendo partecipazioni in imprese statunitensi, canadesi ed europee, come ad esempio General Electric, Motorola, Nortel Networks, Iridium, Unilever, Quaker e Cadbury Schweppes. Rilevanti i vincoli con alcuni dei principali gruppi finanziari transnazionali che intrecciano attività e destini con Impregilo e gli azionisti di riferimento: il Saudi Binladin Group ha operato in particolare congiuntamente con Goldman & Sachs, Citigroup, Deutsche Bank ed ABN Amro. Goldman & Sachs, dopo l’uscita di Gemina da Impregilo, ha acquisito il 2,84% della società di Sesto San Giovanni; inoltre controlla l’8% circa della finanziaria Sintonia SA, il cui azionista principale è Edizione Srl della famiglia Benetton, tra gli azionisti di rilievo di Impregilo. ABN Amro, invece, dopo aver offerto la propria disponibilità a concorrere al finanziamento di una parte dei lavori del Ponte sullo Stretto di Messina, nel gennaio 2008 ha accettato la richiesta di IGLI (la finanziaria che controlla il 33% di Impregilo in mano ai gruppi Benetton, Gavio e Ligresti) di rastrellare sul mercato il 3% delle azioni della società di costruzioni.
Intanto gli operatori s’interrogano se la partnership in terra araba con il Saudi Binladin Group non possa consentire ad Impregilo di conseguire una parte dei capitali necessari alla progettazione e realizzazione dell’opera di collegamento stabile Calabria-Sicilia. Da Riyadh, in passato, qualche segnale d’interesse sarebbe stato inviato. Al processo sul tentativo d’infiltrazione da parte delle grandi organizzazioni criminali mafiose nordamericane nella gara per il Ponte, conclusosi una decina di giorni fa a Roma con la condanna dell’ingegnere italo-canadese Giuseppe Zappia, tra i possibili co-finanziatori dell’opera è stato fatto il nome di un principe saudita, tale Bin Nawaf bin Abdulaziz Al Saud, indicato come “nipote di re Fahd d’Arabia”. Si tratterebbe di uno dei più stretti congiunti dell’uomo nominato a capo dei servizi segreti nazionali alla vigilia dell’attentato alle Torri Gemelle di New York dell’11 settembre 2001, quello ordinato da Osama bin Laden ed eseguito da un commando con passaporto saudita. Altro strettissimo familiare del “principe del Ponte” sarebbe Mohammed bin Nawaf bin Abdul Aziz Al Saud, ambasciatore dell’Arabia Saudita in Italia e Malta dal 1995 al 2005.
Tra i membri più influenti della dinastia saudita c’è poi Abdullah bin Saleh Al Obaid, fondatore della Lega islamica mondiale, con sedi in 120 paesi. La Lega ha al suo attivo la costruzione in Europa delle moschee di Copenaghen, Madrid e Roma. Con un costo complessivo di 50 milioni di dollari, la grande moschea di Roma è stata realizzata a metà anni ’90 da un’impresa italiana, la Federici, poi acquisita dal colosso Impregilo. Nell’ottobre del 1996, alla stessa Impregilo (in associazione con la Rizzani de Eccher di Udine) è stato affidato invece il primo lotto di lavori per la realizzazione della più grande moschea del mondo (500 mila metri quadrati di superficie), quella di Abu Dhabi. Il megacomplesso religioso è stato interamente finanziato dallo sceicco Kalifa bin Zayed Al Nahyan, l’emiro e presidente del consiglio esecutivo di Abu Dhabi morto nel 2006. Anche Kalifa bin Zayed Al Nahyan è noto per i suoi legami con le organizzazioni dell’estremismo islamico. Negli anni ’60 lo sceicco visitò il Beluchistan pakistano sotto la protezione di un anziano funzionario dei servizi segreti di quel paese, tale “Awan”, che lo mise in contatto con molti dervisci e mistici locali. Fu proprio grazie a questi contatti che l’emiro di Abu Dhabi incontrò in Pakistan l’uomo d’affari Agha Hassan Abedi, divenendone grande amico e partner finanziario. Abedi è il fondatore della BCCI, la Bank of Credit and Commerce International, più nota come Criminal Bank, per diversi anni il più importante centro di “lavaggio” del denaro proveniente dal narcotraffico, utilizzata dalla CIA per la conduzione di operazioni clandestine a favore dell’ex alleato Saddam Hussein, del dittatore pakistano Mohammed Zia, della Contra nicaraguese e della resistenza islamica all’occupazione sovietica dell’Afghanistan. Fu proprio grazie a Kalifa bin Zayed Al Nahyan, che la BCCI ebbe la possibilità di aprire tre filiali negli Emirati Arabi Uniti, una delle quali proprio ad Abu Dhabi.
Nel piccolo emirato arabo gli affari per Impregilo non sono certo mancati. Oltre alla monumentale moschea, la società di costruzioni e la controllata Fisia Italimpianti hanno realizzato 7 dissalatori, mentre sono in corso i lavori per un nuovo impianto della capacità di 100 milioni di galloni al giorno e per una centrale elettrica di 1.500 MW a Shuweihat, lungo la costa del Golfo Persico. Nel settembre 2009, Impregilo si è aggiudicata la gara internazionale promossa dalla “Abu Dhabi Sewerage Services Company” per la realizzazione del primo dei tre lotti di un tunnel lungo 40 chilometri che raccoglierà per gravità le acque reflue di Abu Dhabi e le convoglierà alla stazione di trattamento situata nella località di Al Wathba. I lavori, per un importo di 243 milioni di dollari, dovranno essere completati entro il 2013. Fisia ha invece presentato un’offerta per la parte del progetto relativa alla costruzione degli impianti di desalinizzazione delle acque marine. L’ammontare della possibile commessa potrebbe superare i 2,7 miliardi di dollari

Il governo italiano è alla gogna ma il centrodestra "tira diritto" e parla di complotto antiitaliano come ai tempi del Duce.


Giovedì 29 aprile 2010 
Di Luigi Grimaldi. "Nella sua forma attuale, la politica italiana consistente nell'intercettare migranti in mare e nel costringerli a tornare in Libia o in altri Paesi non europei, rappresenta una violazione del principio di non-respingimento". E' quanto sostiene il Comitato per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti (Cpt ) del Consiglio d'Europa che ieri ha pubblicato il rapporto relativo alla visita condotta nel luglio 2009 in Italia. Insomma siamo alla gogna del consesso internazionale, responsabili di politiche razziste contro i diritti dell'uomo, di cui di fatto sono complici tutti gli elettori del centro destra che ora non possono dire di non aver saputo, di non essere stati a conoscenza dei fatti, come accaduto ai tempi delle leggi razziali del fascismo, e le forze di opposizione, ancora troppo incerte nel denunciare le conseguenze di una deriva razzista e xenofoba che ha radici ben salde in precisi interessi economici e criminali legati allo sfruttamento, al lavoro nero e al progressivo annullamento dei diritti dei lavoratori. Eì ormai dimostrato dagli sviluppi giudiziari delle vicende di Rosarno e Castel Volturno.
"La politica dei respingimenti attuata dal governo, si e’ svolta nel pieno rispetto delle norme costituzionali e internazionali. Gli accordi con la Libia hanno praticamente azzerato il numero degli sbarchi di clandestini. Grazie a questa linea e’ stata salvata la vita a tanti immigrati altrimenti condannati a morte certa da scafisti senza scrupoli". Parola di Forzasilvio.it, il network ufficiale dei sostenitori di Silvio Berlusconi.
Il sito ha subito riportato quanto ha affermato il deputato del Pdl, Isabella Bertolini, pronta a smascherare il "complotto comunista" delle istituzioni europee. "Nel pieno rispetto delle regole e’ stato garantito l’asilo e chi ne ha diritto. Questi sono risultati oggettivi. Il resto e’ propaganda ideologica e pregiudiziale. Oggi tocca ad un altro Comitato del Consiglio d’Europa fare da cassa da risonanza alla strategia anti-italiana sui temi dell’immigrazione. A questa martellante campagna di denigrazione il governo ha gia’ risposto con i fatti. I dubbi gia’ sollevati dall’Europa sono stati ampiamente smentiti e fugati. Bisogna proseguire sulla strada del rigore". Va detto che la deputata pidiellina il vizo di spararle grosse lo ha da tempo. Il 15 gennaio del 2009 era infatti scesa in campo in soccorso del Ministro Frattini in relazione al rapporto Hammarberg (commissario europei per i diritti umani) sul razzismo in Italia: «Dopo la campagna di insulti contro l’Italia della scorsa estate, il recidivo Hammarberg prosegue oggi con quella d’inverno. Non è la prima volta che questo signore si lascia andare a giudizi sprezzanti nei confronti del nostro Paese. Bene ha fatto il ministro Frattini a dare un severo altolà a Hammarberg».
Ma la Bertolini si è occupata, con la sensibilità che la distingue assai poco da beceri razzisti come Borghezio, anche di altro. Il 20 gennaio 2009: «La degenerata gara in atto tra Presidenti di Regioni governate dalla sinistra per uccidere Eluana Englaro sul proprio territorio è davvero angosciante»
Qualche giorno prima: «Sono i cittadini per bene, quelli che hanno lavorato tutta la vita, che si conquistano il diritto ad una pensione. Di sicuro non si possono dare premi ai terroristi».
Prima ancora: «Dopo la decisione della clinica di Udine a non ospitare Eluana Englaro nel suo calvario di morte prescritto dalla magistratura, non dovrà essere una struttura dell’Emilia-Romagna a proporsi per interrompere alimentazione e idratazione».

Insomma questa signora, che rende rollerabili persino figure come Cicchitto, non è nuova a sparate degne del guinness dei primati della faccia tosta. Sul tema dell'immigrazione la politica italiana infatti è ormai impresentabile a livello planetario e non ha più nè limiti nè decoro. Il nostro Oaese (sic!) non deve solo fare i conti con le autorità europee. Il Consiglio dei diritti dell'uomo delle Nazioni Unite lo scorso 11 febbraio ha emesso a Ginevra il rapporto di raccomandazioni sull'Italia, frutto dell'esame periodico universale (Epu) svoltosi il 9 febbraio in presenza del sottosegretario agli esteri Vincenzo Scotti e cui è sottoposto ogni paese dell'Onu.
In tutto sono 92 le raccomandazioni formulate all'Italia, molte sugli stessi temi. L'Italia - ha detto al Consiglio l'ambasciatore italiano Laura Mirachian - ha preso nota di tutte le raccomandazioni" e "risponderà ad ognuna entro la 14/sessione del Consiglio dei diritti umani, in giugno".
Molte raccomandazioni chiedono all'Italia di accrescere la lotta al razzismo e alla discriminazione, nei confronti dei Rom in particolare. L'Italia deve inoltre agire per favorire l'integrazione interculturale, favorire la parità tra uomo e donne, lottare contro l'istigazione all'odio. In pratica cacciare dal Governo la Lega Nord col suo fardello xenofobo e discriminatorio. E' evidente infatti l'anomalia italiana. In tutta europa esistono partiti (anche consistenti) con le medesime tendenze fascistoidi ma in nessun paese sono stati accettati al governo come invece è avvenuto in Italia.
Tra i temi affrontati dalla commissione per i diritti umani anche le distorsioni contenute nel "pacchetto sicurezza", lo status degli immigrati irregolari che non possono essere criminalizzati, dei minori, dei detenuti. Ma non solo. Un richiamo significativo è stato fatto anche all'indipendenza e la pluralità dei mass media - tema evocato da Paesi come la Norvegia o il Canada - l'indipendenza della giustizia - questione sollevata ad esempio dal Regno Unito e l'Austria ma anche dall'Iran. Si raccomanda inoltre l'introduzione nell'ordinamento italiano del reato di tortura e la lotta al traffico di esseri umani.
Sono ben 25 poi i Paesi che hanno chiesto al Governo italiano di adempiere alla risoluzione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite del 1993 e di "costituire senza ulteriori ritardi una Commissione nazionale indipendente per i diritti umani in linea ai Principi di Parigi in merito a indipendenza, autorevolezza ed affettività".
" Si tratta di una misura prioritaria - continua il documento Onu - per il rafforzamento della promozione e protezione anche dei diritti dei migranti, dei richiedenti asilo, dei detenuti, delle minoranze Rom e Sinti".

Monumento ai “profeti” della P2, veri “padri della patria”. E “pentitevi di Piazzale Loreto”


Mercoledì 28 aprile 2010 
Chiamasi “Seconda Repubblica” quella che venne quasi per sbaglio e poi comodamente e di fatto si installò in Italia nella seconda metà degli anni novanta. Quella Repubblica nata dal crollo dei “vecchi” partiti, disprezzati più che odiati dalla pubblica opinione. Quella della politica “nuova”, degli uomini nuovi e del “nuovismo” come canone e metro di giudizio. Quella del “territorio” come fonte prima se non unica della sovranità, quella degli “elettori hanno sempre ragione”, un po’ come i clienti a bottega. Quella del leader della coalizione con il nome scritto sulla scheda elettorale. Quella dei frizzanti talk-show politici in tv al posto delle noiose Tribune politiche. Insomma la Repubblica della “gente”, gente che prendeva il ruolo di quello che era stato il “popolo”. Quella del berlusconismo, della caduta del comunismo per manifesto fallimento, quella del “meno male che Silvio c’è”, della sinistra “alternativa”, tanto alternativa da dire no a tutto, anche alla costruzione di una strada. Quella del partito di Berlusconi che cambia nomi ma è sempre lo stesso e quella del partito della sinistra riformista che cambia nomi e non si sa mai che partito è.

Pare, dicono stia finendo il tempo anche della “Seconda Repubblica”. Tra federalismo che darà alle Regioni poteri grossi e grassi e riforma del potere che sta a Roma che dovrebbe dare “all’eletto” tutti i poteri residui, si marcia verso la “Terza Repubblica”. E’ un film che presto vedremo, per ora sono in circolazione e programmazione nella “Sala Italia” ancora immagini e scene della “Seconda”. Una colpisce per la sua insolente sfrontatezza: da giovedì 29 aprile alla Galleria Michel Rain di Parigi è esposta una reverente lapide commemorativa. Vi si legge: “Nell’anno XVI della Seconda Repubblica/ A ricordo dei suoi figli migliori fondatori della patria/ L’Italia dedica per il loro impegno e sacrificio/Questa lapide a futura memoria”. Seguono i nomi, i cognomi e il numero di tessera d’iscrizione di tutti coloro, almeno i più noti, che a suo tempo aderirono e militarono nella Loggia P2, quella di Licio Gelli. E’ un gioco insolente e sfrontato di artista, tal Luca Vitone, che in 30 metri quadrati fa il verso ai monumenti che le “patrie” dedicano ai loro profeti, figli illustri e precursori.


Licio Gelli ospite di Odeon tv nel 2008

Ma è anche un “gioco di realtà”. Il caso, sfrontato e insolente anche lui, spalleggia la “provocazione d’artista”. Il Caso e solo il bizzarro e capriccioso Caso vuole che il programma della P2, ciò che la Loggia voleva l’Italia diventasse, sia molto simile a ciò che l’Italia è diventata. La P2 voleva un Parlamento “pennacchio”, un Parlamento e una Repubblica parlamentare senza prestigio e senza potere. Fatto. Fatto per Caso, ma fatto. La P2 voleva un leader eletto per via plebiscitaria. Ci stiamo lavorando, per Caso. La P2 voleva una tv pubblica sostanzialmente inguardabile. Fatto. Una magistratura ancella della politica. E’ in cantiere. La P2 voleva partiti trasformati in comitati elettorali. Fatto. La P2 voleva che tra chi ha in mano la Cosa Pubblica e la gente votante non ci fossero di mezzo istituzioni e poteri “terzi”, men che mai neutri. Manca davvero poco. Per Caso, solo per mano del Caso la scena del presente vissuto dalla Seconda Repubblica ha più o meno gli stessi connotati e sequenze del paradosso di una sua commemorazione ante litteram: erano quelli della P2 i veri “padri della nuova patria” dice per fare scandalo l’iscrizione in mostra a Parigi. Eppure tanto scandalo non fa, fa constatazione di come nella realtà lavora quel gran burlone che è il Caso.


Stefania Craxi

Altro giro, altra scena da “Seconda Repubblica”. La figlia di Bettino Craxi, quella Stefania che scelse di far politica in nome del padre, per rendergli omaggio e giustizia e che scelse per questa “mission” Berlusconi e Forza Italia, invoca oggi con orgoglio e decisione un “pentimento” pubblico e di Stato su Piazzale Loreto, cioè sull’esecuzione e la mostra in piazza del cadavere di Benito Mussolini. Dice Stefania Craxi che è giunto il tempo di avere “il coraggio civile e l’onestà intellettuale” di dichiarare Piazzale Loreto e quel che significa un errore e un orrore. Sempre per Caso, Stefania Craxi non colloca questa sua nuova etica sensibilità in un’Italia qualsiasi. Mettiamo: un’Italia di popolo e di Stato, di sindaci e giornali, di parlamentari e giornalisti-storici che riconosce ai Partigiani e alla Resistenza di aver versato il sangue contro la peggior dittatura, alleata del peggior sterminatore di umani. E di averlo versato per dare alla democrazia e alla libertà la possibilità di nascere. Un’Italia che apprezza e si tiene care la Costituzione, lo Stato unitario e la democrazia parlamentare. In un’Italia così cercar di portare umana pietà anche sulla pagina dell’esecuzione del Duce-dittatore può avere un senso.

Ma l’Italia che c’è pullula di sindaci che espellono per sospetta indegnità i Partigiani dalla storia nobile. Di giornali, parlamentari e giornalisti-storici che si commuovono alle sofferenze dei militi di Salò che combattevano al fianco delle SS naziste. Un’Italia indifferente se non ostile alla sua storia unitaria, ai suoi nomi e ai suoi simboli, dal tricolore a Garibaldi. In un’Italia così chiedere la condanna dell’errore e dell’orrore di Piazzale Loreto non è avere pietà dei “vinti”, è proclamare giunto il tempo della rivincita dei vinti. Non è dire che esporre cadaveri è crudeltà, è sostenere che errore fu sparare ai fascisti. Stefania Craxi, lo sappia o no, se ne renda conto o meno, non esige la fatica della pacificazione benedetta dalla storia che è passata, pretende l’abiura se non l’umiliazione di chi nella storia passata combatté e morì dalla parte giusta. Deve essere per Caso che anche questo, perfino questo appaia nella Seconda Repubblica più o meno normale

Da www.blitzquotidiano.it

Censura in Italia


Il diritto secondo Berlusconi 
Articolo pubblicato mercoledì 21 aprile 2010 in Germania da TAZ.
Visto che alcune registrazioni telefoniche provano la sua relazione con una squillo, il presidente del Consiglio italiano limita il diritto di intercettare. E i giornalisti, per la pubblicazione di questo tipo di documentazione, rischieranno presto il carcere.

La Fnsi, Federazione Nazionale Stampa Italiana, ha indetto per il 28 aprile una manifestazione contro il nuovo piano di censura di Silvio Berlusconi, contro una legge che limiterà drasticamente la pubblicazione delle intercettazioni. E se potessero andrebbero in piazza anche i magistrati, visto che a loro contemporaneamente verranno legate ulteriormente le mani in materia di intercettazioni. Sinora in Italia vigeva il principio che in caso di sospetto di reato i magistrati potevano mettere sotto intercettazione un telefono o avviare sistemi di sorveglianza in appartamenti, uffici, ascensori e veicoli.

Inoltre per legge le trascrizioni delle intercettazioni venivano messe agli atti dell’indagine e in caso di incriminazione erano accessibili alle parti processuali nelle cancellerie dei tribunali. In questo modo anche i dettagli piccanti finivano velocemente in pasto ai giornali.

Nessun scandalo degli ultimi tempi avrebbe scosso il paese se non fossero state tali trascrizioni a permettere ai cittadini di farsi un’idea degli avvenimenti. Che si trattasse della proroga sistematica di partite in Serie A a favore della Juventus, del tentativo di scalata di banche, di storie di corruzione come qualche settimana fa lo scandalo nella Protezione Civile. In quel caso, ad esempio, i cittadini hanno potuto leggere sui giornali che uno degli imprenditori edili arrestati organizzava una seduta di massaggi per il capo della Protezione Civile Guido Bertolaso, preoccupandosi alla fine che anche i preservativi venissero accuratamente smaltiti.

E in un altro procedimento – questa volta contro Berlusconi – l’opinione pubblica veniva informata alla fine di marzo di come il capo del governo redarguiva pesantemente al telefono il direttore generale della Rai Mauro Masi, così come un membro dell’organo di sorveglianza dei media (l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, ndt), perché ancora non erano riusciti a buttare fuori dalla rete il programma – critico nei confronti di Berlusconi – del giornalista Rai Michele Santoro. “Nemmeno nello Zimbabwe” sarebbero pensabili certi attacchi di censura del presidente del Consiglio, aveva sbottato allora il direttore generale della Rai nella cornetta telefonica. E così alla fine tutta l’Italia ha potuto sapere del lamento rivelatore.

Ma la storia adesso deve finire una volta per tutte, e si vorrebbe che fosse in nome dei diritti civili. “Alzi la mano, chi è sicuro di non essere mai stato intercettato sinora” ha tuonato Berlusconi il fine settimana scorso durante il discorso per l’inaugurazione della Fiera del Mobile a Milano. Solo una mano si è alzata. “Lei non conta, vive in America”, la risposta ricevuta dall’uomo da parte di Berlusconi.
Ma prossimamente i cittadini saranno al riparo dai magistrati come dalla stampa. Le intercettazioni gli inquirenti potranno farle solo per la durata di 60 giorni. Se i criminali dovessero pianificare proprio dopo un omicidio, peggio per i loro inseguitori che dovranno spegnere le apparecchiature. E le intercettazioni potranno essere utilizzate solo per i reati nominati nel decreto d’intercettazione. Se uno spacciatore invece di parlare di sostanze stupefacenti parla della “liquidazione di un conto” (in senso figurato anche trasformare in denaro liquido, ndt) questo non può essere utilizzato contro di lui. Ma il beneficio maggiore per i criminali deriva dalla telefonata al politico (al parlamentare, ndt), visto che quel tipo di conversazioni sono utilizzabili dal magistrato solo quando è il parlamento ad autorizzarle.

Ad essere vietate del tutto saranno le intercettazioni private. La vittima di un ricatto che vuole inchiodare il criminale con una registrazione rischia egli stesso una denuncia, a meno che il ricattatore non si tradisca durante la conversazione, visto che quando la registrazione non fornisce la prova del reato diventa automaticamente il reato. Tutta l’Italia anche nel caso di questa norma non ha potuto fare a meno di pensare a Berlusconi. L’estate scorsa aveva prima negato ostinatamente di conoscere la escort Patrizia D’Addario, ma poi ha dovuto fare marcia indietro. La D’Addario aveva lasciato acceso il registratore mentre si trovava a letto con Silvio. Con la legge attualmente in Senato per questo lei andrebbe in prigione.

E tra poco rischieranno la prigione anche i giornalisti che pubblicano questo tipo di cose. Chiunque citi dalle trascrizioni delle intercettazioni prima dell’inizio del processo penale, chiunque riporti anche solo il senso di ciò che viene detto, o pubblichi registrazioni private, verrà punito con due mesi di prigione, con pene pecuniarie e ulteriormente con un divieto ad esercitare la professione. L’editore del giornale, invece, rischia per ogni articolo che contiene certe indiscrezioni sanzioni fino a 500mila euro. Per molti giornali il coraggio giornalistico si trasformerà presto in una questione di sopravvivenza economica.

[Articolo originale "Berlusconis Bürgerrecht"]
Fonte:Italia Dall'Estero.


Forze italiane al centro addestramento integrato Usa per aerei F-35
Mercoledì 28 aprile 2010 
Eglin, Florida - Il 20 aprile scorso alcuni rappresentanti dell'Aeronautica e della Marina militare italiana hanno visitato il 33esimo stormo caccia presso la base aerea di Eglin, in Florida, allo scopo di valutare i progressi del primo centro di addestramento integrato per cacciabombardieri ed apprendere ulteriori elementi sul programma istruzionale ai piloti, previsto dall'Italia dopo l'acquisto di diversi esemplari di F-35, i modelli di ultima generazione costruiti da Lockheed Martin.
Il velivolo è stato inserito nel programma di riarmo aeronautico predisposto dal ministro della Difesa Ignazio La Russa, che prevede l'acquisto di 131 caccia-bombardieri da attacco F-35 Lightning II nell'arco dei prossimi diciotto anni. Spesa complessiva: oltre 13 miliardi di euro. Un acquisto spettacolare che dimostra però, oltre al fatto che seproprio si vuole i soldi si trovano per permettersi ogni "lusso", che l'Italia ha programmi a lunga scadenza per interventi bellici all'estero, nelle missioni internazionali a salvaguardia della pace" in virtù della "spiccata capacità di impiego fuori area" dei velivoli acquistati. Insomma anche noi vorremmo poter bombardare i pastori afgani nel quadro delle nostre missioni " di pace".
Le forze italiane sono partner, insieme ad altri Paesi, di un programma che prevede la fornitura dei nuovi velivoli da guerra e l'addestramento integrato, che avverrà nelle basi americane sotto la coordinazione degli ufficiali americani. L'ammiraglio Paolo Treu, capo di Stato Maggiore della Marina, tra le più alte cariche giunte alla base di Eglin, ha affermato che la visita è stata molto utile per capire tutti i requisiti necessari per condividere il piano relativo agli aerei in questione, ed iniziare a partecipare alle attività del centro di addestramento integrato.

Le forze aere italiane riceveranno i caccia di quinta generazione F-35 Lighting II per il 2015, e per quella data avranno seguito il percorso di test sulle macchine e l'addestramento ai piloti. Il programma è ritenuto di fondamentale importanza per la Marina militare italiana, ha precisato Treu, al fine di mantenere una potente capacità di proiezione strategica e di lancio nelle operazioni di guerra, dal mare e da terra. (fonti Avionews e Peacereporter)
(a/p)

Le poste italiane? Più che un servizio un business delle banche. Il festival del conflitto di interessi


Pubblicato da Enne di Effe 28 aprile 2010
“La legge 27 maggio 1875, n. 2779, proposta dall’allora Ministro delle Finanze Quintino Sella, dispose la creazione di una Cassa di risparmio postale centrale, posta sotto la garanzia dello Stato e ricompresa nella Cassa depositi e prestiti, su esempio di quanto era già avvenuto in Inghilterra nel 1861.
Ciò rese possibile una raccolta capillare del risparmio; al singolo risparmiatore veniva riconosciuta una remunerazione indipendente dalla consistenza delle somme depositate con la garanzia, da parte dello Stato, del rimborso a vista del titolo.

Costituita inizialmente dai soli libretti di risparmio postale, la raccolta fu in seguito integrata dai buoni postali di risparmio nominativi, introdotti dal Regio decreto-legge 26 dicembre 1924, n. 2106, con cui se ne autorizzava l’emissione da parte dell’allora Ministero delle finanze e se ne affidava il collocamento e la gestione dei fondi raccolti, rispettivamente, all’Amministrazione delle Poste ed alla Cassa depositi e prestiti.

Successivamente, all’approvazione del Codice postale e delle telecomunicazioni (Regio decreto 27 febbraio 1936, n. 645) furono ridisegnati i rapporti fra l’Amministrazione postale e la Cassa depositi e prestiti acquisendo, la prima, il ruolo di sportello di raccolta – come già previsto per il servizio dei libretti – e, la seconda, il ruolo di soggetto emittente.”

Con la trasformazione in Spa, iniziata nel 1983 e conclusasi il 12 dicembre 2003, “entrano a far parte della compagine azionaria di CDP le Fondazioni di origine bancaria, con una quota del 30%. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) resta l’azionista principale di Cassa, con il 70% del capitale.”

“Le tre agenzie di rating internazionali, Fitch, Moody’s e Standard and Poor’s, assegnano a CDP lo stesso rating della Republic of Italy”.

Le sue principali – apparenti – missioni sono quella di finanziare gli investimenti del settore pubblico (Stato, Regioni, Province e Comuni) e di altri enti pubblici attraverso l’emissione di buoni fruttiferi del Tesoro e di libretti del Risparmio che “godono della garanzia diretta dello Stato alla stessa stregua di Bot CCT e Btp”. La raccolta postale, serve ad attività di gestione di fondi agevolati per le Imprese e degli interventi per le PMI, a finanziare infrastrutture e operazioni a sostegno dell’economia anche con imprese private a patto che siano promosse da soggetti pubblici, di interesse generale, e blablabla.

CDP può anche effettuare raccolta ordinaria, non garantita dalla Stato con una separazione contabile tra gestione separata dello Stato e gestione ordinaria… conflitto di interessi?

CDP partecipa anche a fondi di private equity per infrastrutture nazionali e internazionali, – un esempio illuminante è il contestato aeroporto di Siena- social housing, partenariato pubblico e privato e la vendita del patrimonio immobiliare pubblico….

Le società del suo portafoglio azionario sono tra l’altro

il 10% dell’ENI

il 17,5% di Enel

il 35% di Poste

il 30% di (Terna Rete nazionale elettrica)

il 13,77 di Microelectronics NV

http://www.cassaddpp.it/cdp/Areagenerale/Chisiamo/index.htm

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Per riassumere, la Cassa Depositi e Prestiti che dovrebbe essere pubblica nella forma e nell’intento, e che lo è in Germania e Francia, da noi deve fare i conti con le fondazioni bancarie e con un presidente, Bassanini, che è anche membro – in conflitto flagrante di interessi nazionali – del “Comité de libération de la croissance de la France” e un Amministratore, Gotti Tedeschi, che è anche Presidente del Banco Santander e fondatore della filiale della Santander in Italia…

Il fatto che questi personaggi bancari, e che CDP, controllino anche il 35% delle Poste spiega la bancarizzazione pesante e capillare di quest’ultime.

Spiega anche come l’interesse generale sia svanito a vantaggio di progetti speculativi non voluti dalla popolazione – ma considerati redditizi oppure strumentali ad altri scopi di controllo del territorio dal sistema bancario – mentre per ripiantare gli alberi gli enti pubblici non hanno mai i soldi.

Logico se si pensa che tutto il settore bancario che conta – e Santander ne è uno, la Francia ne è un altro – sta mettendo i “semi” in banca, figurativamente e letteralmente parlando, con la banca dei semi nel nord della Norvegia, che faranno fruttare un giorno grazie a scarsità programmata e tanto di brevetti (banca semi PRO MONSANTO).

Capirete anche perché le imprese che dovrebbero ricevere crediti anche dalla CDP non ne vedono l’ombra, se il sistema bancario lavora per la grande distribuzione è impossibile che sostenga le PMI e i piccoli commercianti – visti solo come fastidiosi concorrenti. Il Made in Italy, poi, era doveroso svalutarlo per comprarlo meglio – missione compiuta, tutte quelle poche imprese italiane rimaste, rischiano di fallire e le altre sono state acquistate dalla finanza internazionale con sede in paesi del nord mentre hanno dislocato la produzione in paesi del sud-est provocando una doppia perdita per noi, anzi tripla: di lavoro, di introiti e di prodotti sul mercato…

Per dire anche che il poco “pubblico” che rimane in società di interesse nazionale come TERNA, POSTE, ENEL ed ENI, è inficiato da una pecca di logica e da una commistione del tutto innaturale tra quello che dovrebbe essere l’interesse pubblico e quello che è l’interesse bancario.

Oggi a Ballarò abbiamo visto di sfuggita, a proposito del federalismo fiscale, e della prima parte che dovrebbe essere il trasferimento del demanio che:

“Se lo Stato trasferisce agli enti locali i beni demaniali, allora lo Stato si svaluterà sul mercato”.

In particolare se gli enti pubblici, vendono, come fanno, per battere cassa, mentre il demanio sarebbe, per definizione giuridica latina, non cedibile, allora lo Stato si svaluta sul mercato…

Si perché siamo quotati in borsa come sistema paese, alla borsa dei titoli di stato per ottenere la liquidità. Siamo così alla mercé di un oligopolio di dementi con la dipendenza del gioco, e non solo…

Oramai anche nei media più censurati le verità stanno venendo a galla come le merde galleggianti – non se ne può fare a meno, se ci sono ci sono: la merda è che il patrimonio del paese serve da garanzia al debito pubblico fraudolento. E chi dice patrimonio dice coste, colline, paesaggi, colosseo, acqua, borghi e centri storici (cfr. http://www.stampalibera.com/?p=11791).

Oggi le agenzie di rating hanno declassato i titoli della Grecia a titoli spazzatura, mentre si parla già di un possibile default di Portogallo e di Irlanda. Ma di Italia non si parla ancora: certo, pur avendo il debito più alto d’Europa, non siamo ancora dichiarati falliti. Proprio grazie al nostro patrimonio nazionale, i nostri creditori possono ancora tirare la corda per impiccarci, c’è ancora gioco, in modo proporzionale al valore del patrimonio più gli interessi. E il nostro patrimonio, per quanto possa essere speculativamente svalutato, ha un valore inestimabile – a quanto possono essere monetizzati il Colosseo, o Santa Margherita??? Ma il sistema monetizza lo stesso per rastrellare, il tangibile e l’intangibile.

Perché monetizzare qualcosa come uno Stato non ha né più né meno il significato di saccheggiare/razziare. E questa monetizzazione è possibile grazie alla commistione tra pubblico e privato in quella operazione fondamentale per il funzionamento della società che è l’emissione monetaria. Se la si mette nelle mani degli usurai privati come si fa con lo scambio titoli-moneta, è come metterci la corda al cappio supplicando o facendo finta di credere che chi tiene la corda non ne approfitterà per minacciarci, ricattarci, influenzarci.

Per fare ciò, i barbari hanno bisogno di complici sul posto e di un “sistema”… Con la svendita del demanio e la “valorizzazione del patrimonio immobiliare”, il Tesoro e CDP hanno già iniziato…

N. Forcheri