sabato 8 maggio 2010

"Allora uccidetemi, pezzi di merda". La mafia contro i giornalisti.


Articolo di Giustizia, pubblicato venerdì 29 gennaio 2010 in Germania da Die Zeit 
fonte: iltaliadallestero.
La mafia contro i giornalisti.

Attentati incendiari, minacce di morte e calunnie. I giornalisti che scrivono di mafia mettono a repentaglio le loro esistenze e le loro stesse vite.

La reporter porta maniche a sbuffo e scarpe con la zeppa, ma anche scalza sovrasterebbe la metà degli uomini presenti nella sala delle udienze. Dal braccio piegato pende una borsetta color lilla, le unghie sono laccate di nero, per braccialetto ha una catenina di plexigas. “Sei troppo elegante oggi!”, le dice un collega. Rosaria Capacchione sbuffa stizzita mentre liscia le pieghe della gonna del suo tailleur.

Nella sala udienze di Santa Maria Capua Vetere è in corso il dibattimento per l’assassinio dei sei africani che a settembre 2008 sono stati giustiziati a Castel Volturno da un commando di killer armato di mitra. Gli accusati sono sei affiliati al clan dei casalesi, il clan della camorra di Casal di Principe descritto da Roberto Saviano nel suo libro “Gomorra”. Rosaria Capacchione è stata una delle prime persone a recarsi sul luogo della strage. Con il massacro degli africani i casalesi hanno voluto dimostrare, una volta di più, chi detiene il controllo su questo lembo di terra non lontano da Napoli, dove le montagne vengono divorate dalle cave e dove si è creato un girone infernale zeppo di centri commerciali, parcheggi e prostitute nigeriane che aspettano i clienti tra pezzi di plastica, ferrovecchio e frammenti di vetro.

Rosaria Capacchione lavora da oltre vent’anni come reporter giudiziario per il quotidiano napoletano “Il Mattino” nella redazione di Caserta. Sa dove i casalesi riciclano i loro soldi. E anche che amano indossare calze di Brioni color fumo di Londra. Sa quale clan spartisce alleanze e con chi, quale camorrista è amico di quale politico e in che modo la spazzatura si trasforma in oro. L’Oro della Camorra è anche il titolo del suo libro pubblicato nel 2008, in cui documenta accuratamente i reati dei casalesi con note a piè di pagina.

Quando a fine dibattimento Rosaria ha una conversazione confidenziale con il magistrato antimafia nel bar del Tribunale, gli si rivolge come ad un bambino impertinente. Vicinissimo a Rosaria c’è una donna, che le sta appiccicata come fa un’amica un po’ curiosa. Ha un piercing al labbro inferiore e non si fa da parte nemmeno quando il magistrato tenta di bisbigliare qualcosa all’orecchio della reporter.

I camorristi un anno e mezzo fa dissero che l’avrebbero fatta pagare alla giornalista per le sue scoperte, da allora viene scortata passo passo da due poliziotti. Oggi ci sono un brizzolato uomo palestrato e la donna con il piercing. Invece quando Rosaria lavora in redazione le guardie del corpo aspettano in strada. E’ raro che Rosaria lasci la redazione prima della mezzanotte, quest’oggi vuole scrivere ancora due articoli sui parenti delle vittime.

Il suo ufficio è disadorno in modo quasi fratesco, la scrivania dà su un armadio per gli atti. Vi è appeso un foglio con «informazioni utili per i colleghi giornalisti in attesa di colloquio con Rosaria Capacchione». «La C. dorme fino a tardi e inizia a lavorare a pieno ritmo solo nel pomeriggio», dice uno dei consigli. O «la C. non deve essere fotografata di profilo» o ancora: «la C. non ama essere contraddetta». Quando Rosaria Capacchione fu minacciata e poi messa sotto scorta, divenne ella stessa oggetto di inchiesta. Ogni volta che la trasmissione di approfondimento politico di Rai 2 “Annozero” parla delle bande dei Casalesi, Rosaria Capacchione viene intervistata mentre siede alla scrivania della sua redazione e fuma una sigaretta dietro l’altra.

Ha un concetto laico della sua professione, dice freddamente Rosaria. Non sta facendo la guerra alla mafia, scrive semplicemente quello che sa. E non è poco, dopo vent’anni. Spesso sa anche più dei magistrati stessi, molti dei quali qui lavorano solo fino a quando non riescono a farsi trasferire da un’altra parte. «Si dice che io sia cattiva», dice Rosaria. «Ma non faccio nient’altro che informare, mettere insieme elementi». E proprio di questo ha paura la camorra.

Rosaria vive sola, non ha figli ma ha cinque sorelle, che con cognati, cognate e nipoti vegliano su di lei come una famiglia di leoni. Nessuno si è mai permesso di dirle “smettila”. Nè le sue sorelle, nè gli amici e nessuno dei suoi colleghi, «perchè altrimenti li avrei cancellati dalla lista», dice Rosaria.

Recentemente le sono entrati i ladri in casa. Non hanno rubato niente, solo un premio ricevuto per i suoi servizi antimafia. Il furto è un messaggio chiaro: se solo volessimo noi potremmo. All’assemblea di condominio uno dei proprietari si è preoccupato per la possibile perdita di valore degli appartamenti per via della vicina di casa minacciata dalla mafia.

«Un giornalista minacciato dalla mafia è soprattutto una cosa: solo!», dice Alberto Spampinato, fondatore dell’”Osservatorio permanente sui cronisti italiani minacciati e sotto scorta e sulle notizie oscurate con la violenza”. Spampinato è redattore per l’agenzia di notizie Ansa e fratello di Giovanni Spampinato, il giornalista ucciso dalla mafia nel 1972. In Italia sono stati uccisi dalla mafia negli ultimi 30 anni 13 giornalisti.

I colleghi sono i primi a colpire alle spalle un reporter minacciato dalla mafia, dice Alberto Spampinato. C’è sempre qualcuno pronto a dimostrare che un giornalista scrive falsità sulla mafia. Ogni volta il giornalista minimizza le conseguenze delle minacce, mettendole in conto a discapito del vantaggio di diventare famosi. Il collega è stato «imprudente», per vanità ha spezzato quel patto silenzioso che consiste nel nascondere certe notizie. Soprattutto nell’Italia meridionale sono ancora numerosi i quotidiani disposti a fare da portavoce ai boss.

«Chiunque scrive di mafia lo fa a proprio rischio e pericolo», dice Alberto Spampinato. Negli ultimi tre anni in Italia sono stati minacciati dalla mafia più di duecento giornalisti, non solo con frasi accese o con velate minacce di morte, ma anche in modo assolutamente legale: con querele per diffamazione e richieste danni astronomiche, tese a intimidire i giornalisti. O, come ritiene il politologo Claudio Riolo, «colpendone uno per educarne cento».

Riolo ripercorre la kafkiana storia processuale degli ultimi 15 anni. Nel 1994 scrisse un articolo per un quotidiano antimafia sull’avvocato penalista Francesco Musotto, l’allora Presidente della Provincia di Palermo. Nel processo contro gli autori dell’attentato al magistrato Giovanni Falcone era riuscito a rappresentare contemporaneamente vittima e difensore: da una parte Musotto rappresentava la provincia di Palermo in veste di parte lesa e dall’altra difendeva uno dei boss mafiosi accusati. Lo strano caso dell’avvocato Musotto e Mister Hyde, titolava l’articolo di Riolo. A cinque mesi di distanza dalla pubblicazione Musotto intentò una richiesta danni richiedendo 350.000 euro di risarcimento. Il processo di primo grado durò sei anni, alla fine il politilogo fu dichiarato colpevole e condannato a pagare la somma di 70.000 euro. Nel processo civile, a differenza di quello penale, la sentenza è immediatamente esecutiva. Il giudice dispose quindi il pignoramento del quinto dello stipendio del politologo, pignoramento valido anche per il periodo della sua pensione, che era ormai imminente.

La condanna è stata riconfermata in entrambi i gradi successivi di giudizio e al termine del processo, durato 12 anni, Riolo è stato giudicato colpevole anche in cassazione. Così è successo qualcosa che non ha precedenti: Riolo ha fatto ricorso alla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo e ha vinto. Nel corso del processo «Riolo contro l’Italia» è stato ritenuto colpevole lo Stato per non aver protetto la libertà di informazione. L’articolo sull’avvocato mafioso non è stato una calunnia, ma piuttosto una libertà di opinione permessa negli stati democratici e dimostrata dai fatti. Nell’ottobre dello scorso anno l’Italia è stata condannata a pagare 72.000 euro di risarcimento. Poichè però il verdetto europeo non annulla quello italiano, ma lo integra soltanto, ora lo Stato italiano deve accollarsi i costi per la presunta calunnia ai danni dell’avvocato dei mafiosi. Scherzi della giustizia. Ma c’è una cosa che nemmeno i giornalisti italiani che si occupano di mafia hanno ancora visto: pagine cancellate in un libro che tratta di mafia. Per questa ragione anche i media italiani hanno parlato diffusamente del fatto che il mio libro Mafia. Von Paten, Pizzerien und falschen Priestern [“Mafia. Di padrini, pizzerie e falsi sacerdoti.”, n.d.t.] in Germania può essere pubblicato solo censurato. Spartaco Pitanti, gastronomo di Erfurt e Antonio Pelle, albergatore di Duisburg, grazie a un’ordinanza provvisoria sono riusciti a fare annerire i passaggi che li riguardano.

«L’autrice cita nomi molto noti, che non soltanto emergono da atti di indagini sia della polizia tedesca che italiana, ma anche da atti giudiziari e da numerose cronache giornalistiche. Se non possiamo parlare di persone sospette la gente dovrà continuare a ignorare il problema, il massacro di Duisburg dovrà passare come un caso isolato della storia di cui ci si dimenticherà in fretta per ricominciare a dedicarsi a discorsi frivoli e a questioni prive di importanza. Speriamo solo di non doverci risvegliare bruscamente.». Questo ha scritto il magistrato nazionale antimafia Vincenzo Macrì nella prefazione al mio libro. Nel frattempo è stato pubblicato anche in Italia il libro “Heilige Mafia”, il titolo in italiano è Santa Mafia. Uno dei suoi primi lettori è stato Marcello dell’Utri, il senatore di Forza Italia e braccio destro del Presidente del Consiglio italiano Berlusconi, condannato in primo grado a nove anni come «collaboratore della mafia». Dell’Utri ha immediatamente intentato una causa contro il mio libro.

Poco dopo che le pagine del mio libro in Germania erano state annerite, Jürgen Roth ha pubblicato il suo libro Mafialand Deutschland. Anche nel suo caso immediatamente dopo la sua pubblicazione è stata emanata una ordinanza provvisoria. Il cameriere Pasquale Serio, che lavorava a Lipsia, ha imposto al tribunale regionale di Lipsia l’annerimento delle parti che lo riguardavano. E Domenico Giorgi, un ristoratore di Erfurt socio in affari del mio querelante Spartaco Pitanti, nel novembre di quest’anno ha cercato, nello stesso modo, di ottenere una dichiarazione di omissione contro il libro di Roth. Ma è stato tutto inutile, il giudice di Lipsia ha respinto la richiesta.

Questo però non ha impedito all’avvocato di Giorgi di inviare minaccie di ingiunzione a tutte le librerie tedesche minacciando conseguenze giuridiche nel caso in cui il libro di Roth fosse stato esposto alla vendita. Contemporaneamente i due ristoratori Pitanti e Giorgi hanno citato per danni un giornalista del settimanale L’espresso che nel marzo 2009 aveva pubblicato un articolo sulla mafia in Germania. Il loro legale ha fatto richiesta danni per l’ammontare di 518.000 euro per «calunnia in forma particolarmente pesante». Colpirne uno per educarne cento: l’editore si chiederà, se un libro sulla mafia possa o meno essere pubblicato. Il giornalista, nel suo prossimo articolo, si chiederà se fare nomi veri: chi me lo fa fare? [in italiano nel testo orginale, n.d.t.] Chi me lo fa fare? E ancora: come faccio a pagarmi l’avvocato? Francesco Saverio Alessio ha scritto un libro che mette in luce i collegamenti tra la Ndrangheta, la mafia calabrese, la camorra campana e i massoni. Da allora è minacciato, querelato, insultato, intimidito. In occasione di una manifestazione antimafia ha gridato tutta la sua rabbia: «se mi uccidete, voi miserabili pezzi di merda, il nostro libro venderà tre milioni di copie!»

Altri giornalisti la prendono con ironia. Giacomo di Girolamo è caporedattore della radio locale RMC 101 di Marsala, là dove la Sicilia arriva vicinissimo all’Africa, dove la luce è brillante e le case sono cubi color ocra. E dove ogni due settimane vengono incendiati un bar, una fabbrica, un negozio, perchè il proprietario non ha pagato il pizzo a sufficienza. Giacomo trova il coraggio di andare a riferire l’accaduto e la sua auto viene danneggiata, ci sputano sopra, la aprono con la forza. Da allora va in bicicletta, tre biciclette gliele hanno già rubate. Una sera si è trovato davanti qualcuno che gli ha farfugliato qualcosa. «Era buio e stava piovendo», racconta il giornalista, «ho capito solo che dovevo dargli retta. Ma non il perché.»

Un’altra volta invece un fotografo omonimo è stato minacciato al telefono, uno scambio di persona. Ultimamente hanno appiccato il fuoco allo studio legale sopra agli studi radiofonici, evidentemente chi ha appiccato l’incendio ha sbagliato piano. «Considerando questo, sembra andare male alla mafia», dice Giacomo di Girolamo. «Tre intimidazioni e nessuna riuscita bene.»

Mette su il primo jingle “Matteo, wo bist du?” e annuncia come sempre le ultime notizie su quel boss mafioso Matteo Messina Denaro, che domina la zona di Marsala ed è latitante da 16 anni. Oggi è stato arrestato un clan vicino al boss, costituito da tre ottantenni e due donne. Sul giornale locale il capo della polizia viene complimentato per l’arresto da tutte le personalità della città. «Davvero strano», dice Girolamo, «in un giorno così sembra di essere a una festa di nozze, quando nessuno vuole farsi rimproverare di non aver inviato un telegramma di congratulazioni». Dopodichè annuncia un’intervista con un consigliere comunale, che è assistente regionale alla legalità e, allo stesso tempo, avvocato di un mafioso.»

«Qui non posso cambiare niente», dice Girolamo. «Ma io devo raccontare, perchè nessuno possa dire di non aver saputo».

[Articolo originale "Bringt mich doch um, ihr Scheißkerle" di Petra Reski]

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