sabato 8 maggio 2010

Uranio: Effetti catastrofici in Nigeria.


Diffondiamo un'inchiesta che rivela come l'estrazione di uranio dalle miniere di Areva, il gigante dell'energia nucleare, sta mettendo in serio pericolo la popolazione del Niger. Areva è la società che possiede la tecnologia dell'EPR, le centrali che il governo vuole costruire in Italia. 

Left in the dust
L’eredità radioattiva di Areva nelle città del deserto del Niger
Maggio 2010
Areva è la multinazionale francese leader mondiale nel campo dell'energia nucleare ed è
l'unica presente in ogni attività industriale a essa connessa: miniere, chimica, arricchimento,
combustibili, ingegneria, propulsione nucleare e reattori, trattamento, riciclaggio,
stabilizzazione e stoccaggio delle scorie nucleari. Areva è anche la società detentrice del
brevetto del reattore EPR (reattori europei a acqua pressurizzata). Secondo i piani del governo
italiano, proprio quattro reattori EPR dovrebbero essere costruiti nel territorio italiano.
Areva, spinge per una nuova rivoluzione nucleare e, pur essendo già operativa in oltre 100
Paesi nel mondo, tenta di estendere le sue attività nel settore nucleare verso nuovi mercati. Si
sta impegnando moltissimo nelle sue pubbliche relazioni per convincere i governi, gli investitori
e l’opinione pubblica che il nucleare è oggi sicuro e pulito, cercando di presentarlo come una
tecnologia 'verde’. Gli effetti devastanti causati da questo allarmante malinteso si stanno già
facendo sentire. Produrre energia nucleare richiede un’attività mineraria per l’estrazione di
uranio che è distruttiva e mortale.
Fig.1 - Produzione di uranio e fabbisogno mondiale
L'estrazione dell'uranio può avere effetti catastrofici sulle comunità che abitano vicino
alle miniere e per l'ambiente per migliaia di anni. Questi effetti nocivi si stanno sentendo
fortemente in Niger, Africa.
Il Niger è un paese senza sbocco sul mare, posizionato nell’Africa sahariana occidentale,
con il più basso indice di sviluppo umano sul pianeta. Caratterizzato da un territorio desertico e
arido, scarsamente coltivabile e molto povero, e da gravi problemi sociali quali un’enorme
disoccupazione, bassi livelli di istruzione, diffuso analfabetismo, scarse infrastrutture e
instabilità politica.
Tuttavia, il Niger è ricco di risorse minerarie, come l’uranio. AREVA ha iniziato a
concentrare i suoi sforzi minerari nel nord del Niger 40 anni fa, proponendo questa sua attività
come un salvataggio economico di una nazione depressa.
Invece, l’attività di Areva è stata in massima parte distruttiva. Le detonazioni e le trivellazioni
in miniera causano enormi nuvole di polvere, montagne di rifiuti industriali e enormi
mucchi di fango rimangono esposti all'aria aperta; lo spostamento di milioni di tonnellate
di terra e roccia rischia di compromettere le sorgenti d’acqua sotterranee.
Una gestione negligente del processo di estrazione può causare il rilascio di sostanze
radioattive nell'aria, infiltrazioni nelle falde acquifere e contaminazione del terreno intorno alle
città minerarie di Arlit e Akokan. Ognuno di questi fattori causa danni permanenti
all’ecosistema ambientale ed è in grado di creare enormi problemi di salute per la popolazione
locale.
L'esposizione alla radioattività causa problemi delle vie respiratorie, malattie congenite,
leucemia e cancro, per citare solo alcuni degli impatti sulla salute. Purtroppo, i
problemi di salute abbondano in questa regione, e i tassi di mortalità legati a problemi
respiratori sono il doppio di quello del resto del Paese.
Eppure AREVA non si assume la responsabilità di eventuali impatti e gli ospedali locali,
controllati da questa stessa società, sono stati accusati di non aver diagnosticato molti casi di
cancro. Areva sostiene che nessun caso di cancro è attribuibile alle attività minerarie.
L'agenzia governativa che dovrebbe monitorare o controllare le azioni di AREVA è
sottodimensionata e con scarsi fondi. Per anni, le ONG e agenzie internazionali hanno
cercato di analizzare e valutare i livelli pericolosi di radiazioni in Niger. Ma non è mai stata
possibile una vasta e indipendente valutazione degli impatti minerari dell'uranio.
Nel novembre 2009, Greenpeace - in collaborazione con il laboratorio francese indipendente
nigerino CRIIRAD e la rete di ONG ROTAB - è stata in grado di realizzare un breve
monitoraggio scientifico del territorio, con la misurazione della radioattività di acqua, aria e
terra intorno alle cittadine minerarie di AREVA.
I risultati sono stati inquietanti:
• In 40 anni di attività, 270 miliardi di litri di acqua sono stati utilizzati nelle miniere,
contaminando l'acqua e impoverendo la falda acquifera. Saranno necessari milioni di anni per
riportare la situazione allo stato iniziale.
• In quattro campioni di acqua su cinque che Greenpeace ha raccolto nella regione di Arlit,
la concentrazione di uranio è risultata al di sopra del limite raccomandato dall'OMS
per l'acqua potabile. I dati storici indicano un graduale aumento della concentrazione di
uranio nel corso degli ultimi 20 anni, compatibile con l’influenza determinata dalla
sfruttamento delle miniere. Alcuni dei campioni di acqua hanno mostrato anche quantità
disciolte di radon radioattivo.
• Una misurazione del radon effettuato alla stazione delle forze di polizia a Akokan ha mostrato
una concentrazione di radon nell'aria tra le 3 e le 7 volte superiore ai livelli considerati
normali nella zona.
• Le frazioni di polveri sottili hanno mostrato un aumento della concentrazione di
radioattività due o tre volte superiore a quello della frazione grossolana. L’aumento
dei livelli di uranio in microparticelle comporta rischi molto maggiori di inalazione o ingestione.
• La concentrazione di uranio e di materiali radioattivi in un campione di suolo raccolto nei
pressi della miniera sotterranea di Akokan è risultato circa 100 volte superiore ai
livelli normali nella regione, e superiore ai limiti consentiti a livello internazionale.
• Per le strade di Akokan, i livelli di radioattività sono risultati essere fino a quasi 500
volte superiore al fondo naturale. Una persona che passa meno di un'ora al giorno in quel
luogo per un anno, potrebbe essere esposta a un livello di radiazioni superiore al limite
massimo consentito in un anno.
• Sebbene AREVA sostenga che nessun materiale contaminato provenga dalle miniere,
Greenpeace ha trovato diversi pezzi di scarti di metalli radioattivi al mercato locale di
Arlit, con indice di radioattività pari fino a 50 volte i livelli normali. Gli abitanti del
luogo usano questi materiali per costruire le loro case.
Dopo che Greenpeace ha pubblicato i primi (parziali) risultati della sua indagine, a fine
novembre 2009, AREVA avrebbe dovuto intervenire. Solo alcuni dei luoghi risultati radioattivi
secondo il monitoraggio di Greenpeace in uno solo dei villaggi minerari sono stati ripuliti.
Tuttavia, questa limitata bonifica non diminuisce la necessità di uno studio completo, in modo
da rendere sicure tutte le aree.
Greenpeace chiede uno studio indipendente intorno alle miniere e nelle città di Arlit e
Akokan, seguito da una completa bonifica e decontaminazione. Devono essere attivati i
controlli necessari per garantire che AREVA rispetti le normative internazionali di sicurezza
nelle sue operazioni, tenendo conto del benessere dei suoi lavoratori, dell’ambiente e delle
popolazioni circostanti.
AREVA deve iniziare a comportarsi come una società responsabile, così come pretende di
essere. Deve informare i propri lavoratori e la comunità locale sui rischi delle miniere di uranio:
molte persone in Niger non hanno mai sentito parlare di radioattività e non comprendono che
l'estrazione dell'uranio è un’attività pericolosa.
La popolazione di Arlit e Akokan continua a vivere respirando aria inquinata, da terreno e
acqua contaminata. Ogni giorno che passa, i nigerini sono esposti a radiazioni, a rischio di
malattie e povertà - mentre AREVA guadagna miliardi sfruttando le loro risorse naturali.
La popolazione del Niger merita di vivere in modo sicuro, pulito e in ambiente sano, e di
partecipare agli utili della sfruttamento della sua terra. AREVA, con il suo tentativo di
creare un rinascimento nucleare, minaccia di far perdere a queste comunità la
maggior parte delle risorse basilari, attraverso la contaminazione di aria, acqua e
terra.
L'energia nucleare rappresenta una scommessa sulla nostra vita, sulla salute e l’ambiente sin
dall'inizio della catena di produzione nucleare: l’attività di estrazione dell'uranio. L’energia
nucleare è pericolosa e sporca e non ha alcun ruolo nel futuro dell’energia, perché non è
un’energia sostenibile.
Greenpeace chiede una rivoluzione energetica basata sullo sviluppo sostenibile, conveniente e
sicuro delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica.
http://www.greenpeace.org/raw/content/italy/ufficiostampa/rapporti/niger-areva.pdf

Storace, prove generali di scandalo:false accuse per screditare due candidati alla presidenza tra cui Piero Marrazzo


06/05/2010 - 14:30 
www.terranews.it .Di Vincenzo Mulè.
LAZIOGATE. Francesco Storace fu «promotore o istigatore di una azione delittuosa»: l’incursione illecita nel sistema informatico del Comune di Roma avvenuta tra il 9 e il 10 marzo del 2005.

Francesco Storace fu «promotore o istigatore di una azione delittuosa»: l’incursione illecita nel sistema informatico del Comune di Roma avvenuta tra il 9 e il 10 marzo del 2005. Questa l’accusa mossa dalla Procura di Roma nei confronti dell’ex Governatore del Lazio, condannato ieri ad un 1 anno e 6 mesi, per la vicenda Laziogate. Con lui sono stati condannati altri sette protagonisti della vicenda. L’incursione, secondo quanto ricostruito dai magistrati capitolini, fu effettuata materialmente dal suo ex portavoce Nicolò Accame, dall’ex direttore di Laziomatica (ora Lait Spa), Mirko Maceri e da Nicola Santoro. Gli altri reati contestati, a vario titolo, erano quelli di concorso in accesso abusivo in un sistema informatico, di interferenza illecita nella vita privata e favoreggiamento personale.

L’interferenza illecita nella vita privata era attribuita ad Accame e ai detective privati Pasqua e Gaspare Gallo (che ha già patteggiato la pena a dieci mesi), questi ultimi due materialmente introdottisi il 28 febbraio del 2005 negli uffici romani di Azione Sociale, che aderiva al cartello di Alternativa Sociale, per girare dei filmati non autorizzati. Saranno loro a svelare tutti i retroscena del complotto politico. L’intento era quello di costruire della false accuse per screditare due candidati alla presidenza, Piero Marrazzo e Alessandra Mussolini nel tentativo – poi fallito – di favorire la vittoria di Francesco Storace. Lo staff dell’ex giornalista viene filamto e pedinato nel tentativo di confezionare un falso scandalo delle auto blu.

Gli spioni reclutano pure un viados in quella che, col senno del poi, sembra una prova generale dello scandalo che nell’ottobre del 2009 travolgerà l’allora presidente della Regione Lazio. Nelle 305 pagine di ordinanza d’arresto, emerge anche il nome e cognome del travestito - un uomo «dedito abitualmente alla prostituzione» - che era stato già arruolato dalla banda per fabbricare il falso scandalo, poi rimasto inattuato non per scrupoli morali, ma perché sembrava troppo rischioso ricorrere a un personaggio di dubbia affidabilità.

Per quanto riguarda la Mussolini, le schede di presentazione della sua lista vengono riempite di firme false, con due incursioni notturne nei pc dell’anagrafe comunale e nella sede del partito. Tutto, per farla escludere dalle elezioni.

Inchiesta di greenreport sulla collaborazione energetica tra Albania e Italia (puntata 2 di 3)


[ 6 maggio 2010 ] 
Cooperazione internazionale e aiuti allo sviluppo (ma quello nostro) - seconda puntata
Aldo Agutoli

ROMA. Sin dal 2007, quando Tirana palesò l'intenzione di realizzare centrali termoelettriche (dette "Tec" in albanese), l'Italia si candidò alla loro progettazione. Nel dicembre 2007 Fulvio Conti, amministratore delegato dell'Enel, firma con il ministero dell'Economia albanese un memorandum of understanding per lo sviluppo del settore energetico. Nell'aprile 2008, il Consiglio dei Ministri albanese approvava il piano di "Sviluppo integrato della zona energetica ed industriale di Porto Romano", designando la periferia di Durazzo quale sede di una Tec. Decisa ad aggiudicarsi l'opera, l'Enel ha dovuto affrontare la iniziale concorrenza dell'azienda pubblica greca Power Corp SA e della tedesca Rwe, ma l'Albania ha, come al solito, preferito il supporto d'oltre Adriatico, e l'italiana si è aggiudicata il progetto (senza gara d'appalto internazionale, come si dovrebbe convenire in questi casi).

A dicembre dello stesso anno è stata la volta di Silvio Berlusconi, il cui atterraggio a Tirana è stato bollato dalla stampa albanese d'opposizione - ma anche dal Financial Times - come ‘battuta di caccia all'energia', con tanto di polemiche sulla concessione dei parchi energetici ai ‘colonialisti italiani' da parte del governo di centrodestra di Sali Berisha.

In quell'occasione, il Gruppo Falcione si è aggiudicato la realizzazione di un rigassificatore nella regione di Fier (Albania meridionale), il gruppo siciliano Moncada quella del più grande parco eolico d'Europa, da impiantarsi nei pressi di Valona, e l'Enel appunto ha ottenuto la Tec di Porto Romano.

Secondo quanto ci ricorda Francesca Niccolai del magazine settimanale on-line Ship2Shore «pochi giorni dopo la Regione Veneto annunciava che l'Enel avrebbe rinunciato alla centrale termica da 2 miliardi di euro prevista nel Polesine, trasferendo l'investimento in Albania. La Procura premeva affinché la società elettrica riducesse l'impatto ambientale dell'impianto e l'Enel ha optato per un paese dove le Procure sono meno ambientaliste».

Tuttavia la Procura di Tirana si accanisce contro Berisha e ne critica qualunque iniziativa - e così, durante le trattative energetiche italo-albanesi, è scoppiato lo "scandalo Damir Fazlić", businessman bosniaco proprietario dei terreni dove sorgerà il parco energetico di Porto Romano, arrestato (e immediatamente rilasciato) con l'accusa di averli acquistati sottoprezzo grazie ai vertici politici albanesi.

Si arriva così al 2009, il responsabile di ENEL-Albania, Michele Porri, firma un accordo con la Confindustria albanese che di fatto spiana definitivamente la strada alla centrale e consente di presentare pubblicamente ed ufficialmente la VIA alle autorità ed alla cittadinanza. Nell'aprile del 2009 rappresentanti della società civile e delle Ong criticano duramente lo studio che ha valutato gli impatti ambientali e soprattutto ne contestano la scarsa pubblicità.

All'inizio il processo di consultazione delle popolazioni locali era apparso molto ridotto, visto che erano stati interpellati solo gli abitanti di un villaggio. Poi, sempre grazie alle pressioni della Ong Ekolevizja, la consultazione è stata estesa a più centri. Nel frattempo nell'area interessata dal progetto sembra crescere la protesta, o quanto meno la poca disponibilità a dover sopportare un eventuale altro pastrocchio ambientale.

Un sondaggio reso pubblico lo scorso 15 ottobre ha rivelato che il 73% della popolazione locale è contrario alla realizzazione della centrale. Condotto dalla Ong locale Eden Center, il sondaggio si è basato su un campione di duemila persone. Porri ha dovuto sostenere ben tre incontri con le associazioni ambientaliste per cercare di contenere il dissenso. Gli incontri ce li spiega anche in questo caso la giornalista Francesca Niccolai, che ci va giù duro: «Porri ha dichiarato che la TEC non avrà un impatto negativo sull'ambiente, le emissioni di anidride solforosa e carbonica rientreranno nei parametri minimi e non inquineremo le acque di Porto Romano. Ha inoltre garantito che il carbone rilasciato dalla combustione verrà assimilato al 99% e le sue ceneri saranno utili alla produzione del cemento; una strizzata d'occhio al sindaco di Durazzo, Vangjel Dako, titolare di uno dei maggiori cementifici albanesi?».

Ma perché in una paese a cronica carenza energetica la popolazione si dimostrerebbe contraria a questa centrale? Domani la risposta.

(continua.2)

Inchiesta di greenreport sulla collaborazione energetica tra Albania e Italia (puntata 1 di 3)


[ 5 maggio 2010 ] 
Inchiesta di greenreport sulla collaborazione energetica tra Albania e Italia
Cooperazione internazionale e aiuti allo sviluppo (ma quello nostro)

Aldo Agutoli

ROMA. «La cooperazione energetica italo-albanese punta a far diventare l'Albania uno hub per gli approvvigionamenti e la sicurezza energetica del nostro paese, alternativo a quelli già in atto con altri paesi del Mediterraneo, la Russia e i fornitori del Golfo persico. Sono molte le iniziative in fase di progettazione o di esecuzione, fortemente caratterizzate dal carattere innovativo delle tecnologie e dal rispetto ambientale».

Con queste parole il ministro degli Esteri Franco Frattini commentava entusiasta pochi giorni fa sul portale www.servizi-italiani.net la collaborazione in atto sulle rive adriatiche (ricordiamo che l'Italia è il primo paese donatore in termini di aiuti allo sviluppo all'Albania, nonché primo partner commerciale).

Alle parole del nostro ministro fa eco il premier albanese Sali Berisha, che ha più volte e pubblicamente dichiarato che vuol far diventare il suo Paese la superpotenza energetica dei Balcani (e questo stride un po' con la realtà quotidiana visto che nella piccola repubblica delle aquile l'elettricità è una chimera per almeno un terzo della popolazione ed un altro terzo la riceve razionata!).

Comunque tra tutti i progetti energetici in cantiere quello che sembra correre su una corsia preferenziale è dell'Enel, riguardante una centrale termoelettrica a carbone di grandi dimensioni (1600 megawatt) a Porto Romano, vicino a Durazzo per un investimento di 2,2 miliardi di euro, con annesso cavo d' interconnessione commerciale ("merchant line") con l'Italia da 500 kV, per un costo di 240 milioni di euro, lunga 210 km, che dirotterà l'energia verso il Belpaese, e di una linea aerea da 400 kilovolt, lunga 25 km, che diffonderà l'agognata corrente in Albania.

E' dal 2007 che si parla di questi investimenti e già Greenreport (con un articolo di Lucia Venturi del 18/01/2008) fu facile profeta: si rischia di (far) confondere gli aiuti allo sviluppo con gli appetiti energetici italiani. Infatti con l'installazione del cavo sottomarino si esporta la produzione (e l'inquinamento) ma si importa l'elettricità. Un vero cavallo di Troia. Di tutto questo se ne sono accorti anche gli albanesi che proprio la settimana scorsa hanno divulgato alla stampa nazionale ed internazionale un vero e proprio libro bianco su questo progetto, smascherando l'Enel ed indirettamente la politica energetica italiana (per scaricare il testo integrale: http://bankwatch.org/documents/PortoRomanoOverTheEdge.pdf ).

Ma per comprendere bene la vicenda è necessario partire dall'inizio di questa storia, che è veramente interessante e lunga e che quindi pubblicheremo in tre puntate.

Laziogate: condannato Storace e altri 7.


5/05/10 • www.gliitaliani.it 
Si va dall'accesso abusivo al sistema informatico del comune, alla interferenza illecita nella vita privata altrui e al favoreggiamento.
Con 8 condanne, tra le quali qualle di Francesco Storace a un anno e 6 mesi e un’assoluzione, si e’ concluso oggi il processo Laziogate. La sentenza e’ stata pronunciata dalla IV Sezione penale del Tribunale di Roma. Il giudice Maria Bonaventura oltre a Storace ha condannato, disponendo per tutti la sospensione condizionale della pena inflitta e riconoscendo le attenuanti generiche a due anni Nicolo’ Accame, a un anno Nicola Santoro e Paolo Pasqua, Mirko Maceri, Romolo Reboa. A otto mesi ciascuno Vincenzo Piso e Tiziana Perreca. E’ stato invece assolto Daniele Caliciotti.
I reati contestati andavano a seconda della posizione processuale dall’accesso abusivo al sistema informatico del comune, alla interferenza illecita nella vita privata altrui e al favoreggiamento.
Il giudice ha condannato al risarcimento danni nei riguardi della societa’ Lait che gestiva il sistema informatico e ad Alessandra Mussolini quale rappresentante della lista ‘Alternativa sociale’ di Maceri, Reboa, Storace, Accame, Santoro in solido. Il risarcimento disposto dal giudice avverra’ in separata sede. Per gli imputati, condannti anche al pagamento delle spese processuali, il giudice Bonaventura non ha fissato alcuna provvisionale.
In una lunga dichiarazione, scritta a mano, dopo la sentenza che l’ha visto condannare a 2 anni per il caso Laziogate. Nicolò Accame, l’ex portavoce di Francesco Storace, afferma: “La sentenza di condanna l’ho ricevuta 5 anni fa quando le forze dell’ordine frugarono nel cuore della notte in casa di mio padre di quasi 80 anni e nella mia dove vivevo con i miei figli di 4 ed un anno senza peraltro trovare nulla. Cinque anni fa quando fui sospeso dal mio lavoro di direttore generale del ministero della salute in quanto ’soggetto pericoloso’ salvo poi essere assolto, sbattuto fuori definitivamente con un decreto. Cinque anni fa quando fui sospeso dall’ordine dei giornalisti al quale ero iscritto da oltre 10 anni. Tutto questo per aver denunciato una truffa a danno della democrazia, truffa per la quale è stata patteggiata la pena.
Tutto questo con un castello accusatorio basato sulle accuse di un disoccupato psicolabile. Acqua passata. Guardo avanti. Oggi cinque maggio 2010 come direbbe mio padre ‘me ne frego!’”

COME? CI SIAMO COMPRATI LA NIGERIA....? Gli azionisti chiedono chiarimenti


Nigrizia - 05/05/2010 Eni profitti a rischio
Un accatonamento di 250 milioni di euro. È quanto potrebbero costare le inchieste aperte contro il consorzio Tskj (di cui Eni è parte) accusato di aver pagato tangenti a funzionari nigeriani in cambio di appalti per 6 miliardi di dollari. Il colosso italiano ritocca i profitti, mentre gli azionisti chiedono spiegazioni.


Circa 250 milioni di euro. È il prezzo che la società italiana Eni si appresta a pagare per uscire dall'inchiesta sulla vicenda del consorzio Tskj, composto paritariamente, al 25%, dalla francese Technip, da Snamprogetti Olanda, filiale del gruppo Eni, dall'americana Kbr-Halliburton, e dal gruppo giapponese Jgc Corporation. Il nome Tskj riprende, infatti, le iniziali dei quattro soci.

Il gruppo si trova al centro di indagini da parte delle autorità americane, ma anche della procura di Milano, per il presunto pagamento di tangenti a pubblici ufficiali nigeriani in cambio di appalti per l'estrazione del greggio.

Sulla scia dell'inchiesta statunitense, nel 2004, la Procura di Milano ha avviato un'indagine su presunte tangenti per 180 milioni di dollari, versate tra il 1994 e il 2004 a politici e militari nigeriani dal consorzio Tskj in cambio di appalti per 6 miliardi di dollari, destinati alla realizzazione di impianti di trasporto e stoccaggio del gas liquefatto a Bonny Island.

Lunedì scorso il Cane a Sei zampe ha comunicato una revisione dell'utile 2009. Una revisione legata all'accantonamento di 250 milioni di euro destinati al fondo per il contenzioso legale.

Un accantonamento che ha allarmato gli azionisti della Fondazione Culturale di Responsabilità di Banca Etica che lo scorso 29 aprile si è astenuta, per protesta, dalla votazione del bilancio.

La Nigeria è, assieme all'Angola, il primo produttore di greggio del continente, il nono a livello mondiale. Un paese in cui Eni ha enormi interessi, anche nel settore del gas.

«Come azionisti di Eni non possiamo che essere preoccupati, anche perché ci sono altre indagini in corso e la società non ha pubblicato alcuna stima su possibili sanzioni future» ha dichiarato Ugo Biggeri, presidente della Fondazione Culturale di Banca Etica, riferendosi ad eventuali sanzioni legate alle violazioni ambientali da parte del colosso italiano.

Biggeri ha infine chiesto ad Eni di «mettere tempestivamente a disposizione degli azionisti un rapporto che spieghi nel dettaglio gli impatti potenziali sul bilancio delle sanzioni per il possibile coinvolgimento in casi di corruzione e di violazione di norme ambientali», precisando: «La corruzione non è solo un problema etico, ma anche economico».


(L'intervista ad Andrea Baranes, della Campagna per la Riforma della Banca Mondiale è stata estratta dal programma radiofonico Focus, di Michela Trevisan)


''L'immunita' di Ciancimino'' al processo Mori. Tra testimonianze e minacce.


di Aaron Pettinari - Antimafia 2000 - 4 maggio 2010 
Palermo. Si è svolta questa mattina l'udienza del processo al generale Mario Mori e al colonnello Mauro Obinu, entrambi accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano nel '95.


Questa volta a salire sul banco dei testimoni è stato l'ex legale dell'azienda del Gas in cui Vito Ciancimino deteneva le sue quote occulte, l'avv. Giovanna Livreri.
Interrogata sui suoi rapporti con il tributarista Gianni Lapis, condannato di recente insieme a Massimo Ciancimino nel processo d'appello per il cosiddetto 'tesoro' di Vito Ciancimino, la Livreri ha raccontato di aver saputo, proprio dal professore, che il quarto figlio del politico democristiano “godeva di una sorta di immunità”. In particolare, secondo il legale palermitano, “era garantito perchè aveva collaborato con lo Stato, con il padre Vito Ciancimino, nella cosidetta trattativa per fermare le stragi del '92”. Una condizione per la quale Massimo Ciancimino “aveva un corsia preferenziale”. Quindi ha aggiunto: “il professor Lapis - il quale aveva parlato alla Livreri della protezione a Ciancimino jr già nel 2005, in occasione della perquisizione dello studio e della sua abitazione - mi disse che mentre per Massimo Ciancinimo la polizia giudiziaria aveva usato metodi molto più soft, cioè edulcorati, per lui non fu così”. Infatti, “mentre da Ciancimino non vollero neppure la chiave della cassaforte di casa, da Lapis volevano fare saltare la cassaforte con la dinamite”.
L'avvocato Livreri ha poi sottolineato che “Massimo Ciancimino deteneva in casa i documenti del padre relativi alla trattativa e quindi alla cattura di Totò Riina. Era una sorta di 'salvacondottò per il futuro” ha continuato, “Lapis mi disse che Ciancimino era trattato così perchè aveva ottimi rapporti con le istituzioni, in quanto attraverso suo padre era stato arrestato Totò Riina”. “Insomma, Ciancimino era stato trattato meglio perchè garantito e di questo si lamentava Lapis, il quale mi parlò anche della trattativa. Mi disse che Massimo Ciancimino era stato contattato dal Ros per riuscire, attraverso il padre, a fare arrestare Riina”. In merito a ciò ha concluso dicendo che "Lapis mi parlò di Mori e De Donno solo riferendosi alla trattativa”.
Durante la deposizione l'avvocato ha parlato anche della società del metano appartenuta in passato a Vito Ciancimino e che aveva tra i soci Maria D'Anna, e il marito Ezio Brancato. “Il professor Lapis mi parlò di copertura politico-giudiziarie sulla società 'Gas'. In particolare mi fece il nome di un magistrato che stava a Roma e che si occupava della Gas perchè aveva degli interessi, si trattatva di Giusto Sciacchitano (pm della Direzione nazionale antimafia ndr), mentre tra i politici mi fece il nome dell'ex ministro Carlo Vizzini che gli era stato molto vicino”. La Livreri, pur ribadendo in aula di non avere mai conosciuto il figlio dell'ex sindaco di Palermo, nel 2009 parlava con Lapis di Ciancimino via telefono. Se “Qualcuno lo farà fuori” aveva detto “non sarà certo la mafia ma lo Stato”, un fatto, ha aggiunto, che “lo penso anche oggi...”.
Oltre alla deposizione dell'avvocato a processo è stato ascoltato anche il colonnello dei carabinieri Massimo Giraudo. Questi, che ha ricoperto incarichi sotto la guida del Generale Mario Mori sia nel Ros che nel Sisde, ha riferito di presunti screzi tra questi e l'ufficiale Sergio De Caprio, alias “Ultimo”. “Nel '96 - ha raccontato - il Capitano De Caprio mi espresse il suo disappunto sulla decisione del generale Mori di non dargli 30 uomini da impiegare nella ricerca dell'allora latitante Bernardo Provenzano. A seguito di quell'episodio i rapporti tra i due rimasero molto tesi almeno fino al 2007”.
Innanzi ai giudici Giraudo ha anche ricordato di aver subito pressioni, nel 1994, da parte dello stesso Mario Mori, a sua volta condizionato da altri soggetti, affinchè non arrestasse un noto terrorista algerino. Al termine della deposizione il generale Mori è intervenuto per difendersi attraverso le dichiarazioni spontanee in cui ha eslcluso i dissidi con l'ufficiale De Caprio, quindi ha dato la propria versione in merito al mancato arresto dell'algerino. Il processo quindi è stato rinviato al 24 maggio per la prosecuzione del'esame dei testi del pubblico ministero.
Nel primo pomeriggio, con una nota alle agenzie Massimo Ciancimino è voluto intervenire sulle dichiarazioni della Livreri: “Non credo di avere mai ricevuto trattamenti di favore anzi... È forse anche palese un minimo di trattamento di non favore paragonato ad altri imputati. Sicuramente ogni tipo di disattenzione ha voluto solo giovare personaggi che ancora oggi godono di simili protezioni. Credo che gli ultimi accadimenti ne siano anche la conferma. La mia posizione scomoda di teste imbarazza molti, anche nel momento di manifestare un minimo di solidarietà. La mia è triste dirlo, ma è una corsa persa in partenza. La via della legalità è la più difficile da percorrere”. Il riferimento è al processo a suo carico, contrariamente alle aspettative, avvenuto con una condanna per riciclaggio in primo e secondo grado e alla notizia sulla lettera minatoria indirizzata a 'La Repubblica' di Palermo e al 'Giornale di Sicilia'. La notizia è stata divulgata dalle agenzie nella tarda serata di ieri. La busta, inviata da Firenze, conteneva un proiettile e un messaggio intimidatorio contro alcuni dei protagonisti di quello che il mittente anonimo definisce «un disegno eversivo intrapreso da magistrati comunisti».
Nello scritto si fa riferimento al procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, al Pm della Direzione distrettuale antimafia Nino Di Matteo, al procuratore di Caltanissetta Sergio Lari, a Massimo Ciancimino e al pentito Gaspare Spatuzza, a vario titolo interessati nlle recenti inchieste sulle stragi del '92 - '93 che “direttamente o indirettamente subiranno le conseguenze di operazioni già pianificate”.
Vengono citati anche i giornalisti Rai Michele Santoro e Sandro Ruotolo “in attesa di decisioni” descritti come “giornalisti in appoggio ad un disegno eversivo intrapreso da magistrati comunisti”. Tutti questi personaggi, secondo l'anonimo, sarebbero autori di “un vero attacco a degni e valorosi uomini che hanno dignità al nostro paese”, con probabile riferimento a Berlusconi e Dell´Utri, oggetto di alcune dichiarazioni sia di Ciancimino che di Spatuzza. Quindi una conclusione con tono minaccioso: “Sono state disposte operazioni a sostegno della nostra democrazia. Tumori generati da un eccesso di ruoli all´interno del nostro sistema di poteri. Nessun altro ostacolo può essere posto a danno di quest´unico principio di democrazia”. Sempre nella serata di ieri una lettara di minacce è stata recapitata all'avvocato Francesca Russo, legale di Massimo Ciancimino, con l'invito a non “accreditare più” il figlio di don Vito, che in questi mesi viene sentito da numerose Procure italiane proprio in merito alla trattativa.